Athos Ganassi intervista Athos Ganassi, la potente voce si interroga.

a.g.: Buongiorno Athos Ganassi

A.G.: Buongiorno

a.g.: Se la sente di rispondere alle mie domande?

A.G.: Insomma, proviamo.

a.g.: Come si definirebbe, come uomo e come letterato?

A.G.: Normale, magari un po’ stanco, non fisicamente, cioè anche, ma più che altro a livello mentale. Infatti non mi vengono fuori bene le parole.

a.g.: Provi a rispondere lo stesso, anche con  parole povere.

A.G.: Eh, potrei definirmi un po’ fauvista un po’ happening, con qualche deriva Grunewaldiana, come uomo. Come letterato non lo so, forse anche, ma più spesso mi sento l’angelo che mostra Gerusalemme a San giovanni.

a.g.: Nel senso che Lei è l’angelo?

A.G.: Si

a.g.: E San Giovanni?

A.G.: Sempre io

a.g.: E come concilia tutto questo estetismo intimista solipsista egotico autocosciente autotrofico tendente all’egolatria autodidattica po’ snob con la quotidiana tragedia sociale?

A.G.: Si fa quel che si può

a.g.: Nel senso?

A.G.: Nel senso che piuttosto che niente è meglio piuttosto.

a.g.: Lei si sente più uovo oggi o gallina domani?

A.G.: Fifty fifty

a.g.: Cosa avrebbe voluto fare, che oggi non fa?

A.G.: Ballare il flamenco, ma ho disagi articolari nella percussione veloce tacco-punta per via di una borsite cronica allo sperone calcaneare.

a.g.: Destro o sinistro?

A.G: Destro

a.g.: Ho lo stesso problema anch’io, però sinistro; e nelle fasi più erotiche della danza ho anche difficoltà alla rotazione estesa del braccio sinistro.

A.G.: Io di quello destro.

a.g.: Del suo romanzo scivolo si è detto: una narrazione profondamente colpevole e al tempo stesso ipermoralista; cosa ne pensa?

A.G.: Scivolo è un universo rotto in numerose zone d’esistenza, i personaggi si muovono prevalentemente in fascia, sui laterali, schivando i sensi di colpa. E’ un meccanismo di difesa, o forse di controllo postumo, tardivo. Mia nonna me lo diceva sempre: occhio che diventi cieco.

a.g.: E lo è diventato?

A.G.: Non proprio, solo un’ametropia diciamo importante con un visus più acuto nel margine destro.

a.g.: Io uguale, però sinistro. Cosa si aspetta da Scivolo?

A.G.: Di passare gli ottavi, poi si vedrà.

a.g.: Grazie

A.G.: Prego, ma si immagini

intervista ad Athos Ganassi, autore di “Scivolo”

 

Bastioni gran Sasso è una sorta di isola urbanistica bassa, quattro case e un albergo, a un passo dalla stazione ovest; niente citofono al civico 63, solo l’insegna Società Acqua Potabile, vacillante e obsoleta: “Non vien più nessuno da trent’anni”, ci informa un’anziana signora proprio lì davanti al portone, con al braccio una borsa da supermercato che lascia intuire la spesa frugale: pane, un mazzo di rapanelli, pesche sciroppate, svizzere amadori, Peroni mathusalem e poco altro. “Cerchiamo lo scrittore Ganassi”, le dico, con un po’ di trepidazione. La donna trasecola, posa la borsa a terra, mette le mani ai fianchi: “Athos? Cosa volete da mio nipote”? Mi presento e presento il fotografo Veniero Bagnacani che è con me dalla mattina presto, spiego che siamo della rivista Locus Solus e il motivo della visita. “A Athos non piace che gli faccian le foto”, dichiara lei, guardando Bagnacani. L’espressione però non è ostile, solo controllata, prudente, cautamente autodifensiva, infatti ci fa entrare senza lasciarci il tempo di ribattere. La seguiamo nell’androne e poi sulle scale, quattro piani di finto marmo di Orosei; non c’è il nome sul campanello della porta, sulla soglia uno zerbino in finto cocco con l’effigie di Emiliano Zapata. Due giri di chiave e siamo in casa Ganassi, nella dimora di una delle più potenti voce della narrativa italiana contemporanea. Ganassi ci accoglie in sandali di giunco, salopette e gilè tinta tungsteno nel suo studiolo, qualche metro quadro scarsamente areato ma molto luminoso: la finestra si affaccia sul parcheggio del casinò di Parco della Vittoria, estrema propaggine del quartiere opulento di Viale dei giardini. Ed è forse da questa beffarda e impietosa contiguità che nasce la poetica del Ganassi, la doppia velocità del suo narrare, l’incastro di geometrie incongrue e conflittuali, l’indecisione dei caratteri che si muovono e si scontrano, scivolando – è il caso di dirlo – sul suo palcoscenico. Il tavolo è un’asse di finto compensato su cavalletti di acciaio; molti libri, pc e stampante accesi, sigarette Fortuna da dieci: fra i fogli di carta ne emerge uno, lucido e severo in finta pergamena; recita “Abbiamo l’onore di comunicarle che il suo romanzo Scivolo è stato selezionato nella cinquina del premio P. & M….”. E proprio da qui decidiamo di cominciare la nostra avventura.

P.C.: Athos Ganassi, cosa significa, per un’autore di oggi, essere premiato, e che significato ha nel secolo presente un premio come il P. & M.?

A.G.: Il premio selezione P. & M. è arrivato così, senza annunciarsi. Da quando ho iniziato a scrivere ho sempre disprezzato i premi, così come gli scudetti, le champions league e i quadrangolari, li ritenevo di nessun profitto per la letteratura e addirittura indecorosi per l’autore.

P.C.: e la pensa ancora così?

A.G.: Ritengo che tutte le cose debbano essere stimate seguendo l’ideale di una scienza matematica universale: diciamo che da quando mi è arrivato a casa il premio sono meno radicale, e meno arbitrario, nei miei giudizi. E facendo un rapido calcolo, ho anche pensato che me lo meritavo. Insomma ero contento.

P.C.In cosa consiste il premio (ricordiamo che l’ingresso in cinquina dà diritto al premio selezione P. & M. ndr.), se può rivelarlo ai lettori di Locus solus?

A.G.: Un cartone da 12 di Punt & Mes, 2 jeroboam di brancamenta, 1 magnum di fernet. Poi un carnet di inviti al salone Igiene e Purezza di Chivasso Lingotto, un soggiorno per due persone alla baita Moserlazinschmiedermoschwalderalmgasthof in occasione della tappa del giro di italia sul Weissplatter, una ricarica Vodafone da 25 euro, una conversazione di 12 minuti con Wilbur Addison Smith con interprete e solo lo scatto alla risposta, una polo in vero lino con il logo pum-pum appuntamento yes. Il punt e mes, per chi non fosse pratico, è un liquore molto versatile, può sostituire il vermut rosso nella preparazione del Negroni, ad esempio. Sono tutte cose che senza quel premio io adesso non saprei.

P.C. A proposito del suo romanzo Scivolo, la critica ha parlato di scrittura anfibia e narrazione simultanea, è d’accordo?

A.G.: Bisogna partire dai moduli a cui si è più affezionati, poi è compito della critica fare le doverose stime: io, per esempio, ho maturato un criterio del tutto personale di disporre la linea degli esterni, nè troppo alta nè troppo bassa, in modo da garantire una certa dinamica dei movimenti: ed è in questa dimensione che riesco ad esprimermi in modo più efficace e produttivo. C’è invece chi preferisce il mediano isolato in un centrocampo a tre con caratteristiche offensive. Diciamo che spesso si fa di necessità virtù.

P.C.: Lei ritiene, nei suoi romanzi, di opporre il Molteplice all’Uno, o invece, bergsonianamente, di distinguere i tipi di molteplicità?

 A.G.: Per molti anni ho considerato la molteplicità come discontinua, differenza di grado, insieme di esteriorità, giustapposizione, simultaneità. Poi ho avuto un vertiginoso calo di vista. Del resto mia nonna me lo diceva sempre, quando ero adolescente: se non la smetti diventi cieco.

 P.C.: Nel suo romanzo Scivolo, Lei vive il doppio statuto di scrittore fantasy denuncista e scrittore noir; è vero che nel prossimo libro i cattivi sono i pirati somali?

 A.G. No.

 P.C.: qual’è la sua massima preferita?

 A.G.: “Non pagherei mai il biglietto per vedere giocare questo Brasile”, (G.B. Shaw)

 P.C.: Grazie.

 A.G.: prego, ma s’immagini.

foto di Ganassi Athos, autore di Scivolo

Athos Ganassi – Scivolo – Copertina

eventi

2 giugno 2010 ore 15.50

Sul massiccio montuoso del Partenio, a bordo della funicolare che collega la città di Mercogliano al santuario di Montevergine, Paolo Colagrande (Dioblù, Rizzoli, 2010) insieme ai 52 cantori del gruppo polifonico Le chant du Monde di Shamattawa e a 28 danzatori scelti della fundaciòn flamenca an…daluza Pilar Carmona di Pontedera, incontrerà le classi del Liceo Foscolo di Stradella per un dibattito sul tema: Calliope, Euterpe, Tersicore, nel mondo post globale dell’i-pad.

una delle cose

Una delle cose che più ci piacciono è lo stile ingenuo, ma è anche il più difficile da apprendere, per il fatto che si trova precisamente fra il nobile e il volgare; ed è così vicino al volgare che è sempre molto difficile rasentarlo senza cadervi.
Montesquieu

settantasette

In questa città, ciascuno possiede qualcosa che è indispensabile ad un altro, e di cui il detentore non sa che fare, o che ignora addirittura d’avere; tutti sanno di essere privati di qualcosa che è del tutto indispensabile, ma nessuno sa chi lo detenga, e nemmeno se chi lo detiene lo sappia, o nel caso che lo sappia che sia disposto ad offrirlo”

Giorgio Manganelli