c’è sempre

Agosto 31, 2008 · 111 Commenti

“C’è sempre un quartiere chiamato Ipocrisia, in cui viene conservato un minimo di passato: di solito è percorso da una vecchia ferrovia/tranvia o da un autobus a due piani, al suono di terrificanti campanelli: versioni addomesticate del vascello fantasma dell’Olandese volante”.

Rem Koolhaas, Junkspace

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111 risposte finora ↓

  • viviana // Settembre 4, 2008 a 5:04 pm | Replica

    Guardate che di blog che ti evocano quando non ti fai viva da un po’ non è che ce ne sian tanti.
    Io questa linea kunderiano epicureo paramodernista con uno sguardo rivolto al cielo, dove si parlano idiomi di area padana, con un occhio rivolto alla letteratura d’oil e l’altro agli eventi mondani di piazza Sordello, la apprezzo.
    Dappertutto c’è una gran confusione, qua in quattro. Bè non è riposante?
    Poi non è che io riesca a capire sempre bene tutti i post, anzi, ne ho letto qualcuno molto misterioso, devo farci su la mano con la koinè del posto (e meno male che sono di Parma), a volte mi tocca tirar fuori anche il dizionario, ma anche questo non è un esercizio inutile, direi.
    Ogni tanto avrei bisogno di versioni semplificate, ma ho di bello che non pretendo di capire tutto, delle volte mi accontento. A n’al so mia è una delle mie parole d’ordine.
    Adesso, questo Rem Koolhaas, per esempio, non l’ho mai sentito nominare. E’ grave?
    Però ho letto Europeana, che è un gran buon consiglio e quasi tutto Ugo Cornia. Anche un piccolo libro di Anna Maria Ortese che parla dell’ottusità dell’intelligenza, che non alza mai gli occhi dal puro naturale e “sa di beffa e di fine”.
    Dovessi stare assente per un po’, non state in pena: è ricominciata la scuola e frequento meno i luoghi di vera cultura. Comunque vi penserò.

  • paolocolagrande // Settembre 4, 2008 a 7:07 pm | Replica

    E’ quel che dico anch’io, si sta abbastanza bene. E’ come esser seduti su delle seggiole a contarsela in cortile mentre gli altri lavorano o sono in vacanza. Adesso ci siam spostati qui sopra, che c’è ombra, ma quando vogliamo possiam tornare dov’eravamo prima, basta chiedere. E poi tra un po’ magari vi preparo un altro bel posticino come si deve. Insomma si gode.
    Figurati se è grave non conoscere Rem Koolhaas. E poi adesso lo conosci, del resto cosa son qui a fare. E poi, dopo Europeana, l’opera quasi omnia di Ugo e Corpo Celeste non sei mica messa male. Anzi.
    Non so però se questo è un luogo di vera cultura, ma tu non preoccuparti: fa tutto quel che devi fare e poi quando ti vien comodo torna qui che si respira.

  • stefano // Settembre 4, 2008 a 11:07 pm | Replica

    conservare il passato non è ipocrisia, è autolesionismo. su binari o meno.
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 6, 2008 a 8:19 am | Replica

    Ci siamo! come sono contenta.
    Sono a metà di Koolhaas che mi interessa molto perché io qua a Mestre, dove il destino mi ha sputata, abito un junkspace occidentale, o meglio un enclave, una frontiera, un quartiere italiano anni ‘50-’60 (con i bambini che giocano per strada, i pensionati che in giardino coltivano i pomodori e le zucchine, il prete che scampana) assediato da tutti i lati dalla tangenziale e che la strada provinciale detta Terraglio separa dalla zona degli Auchan, Bricocenter, OBI, palestra Virgin Active e cubature varie. Dovreste dare un’occhiata allo skyline.
    Quando vado in palestra e cammino sul tapis roulant nel tentativo di arginare il disonore, guardo una enorme vetrata spalancata sulla tangenziale e leggo tutte le scritte sui Tir che passano, a volte cerco di impararle a memoria, penso che me ne farò qualcosa. Giuro su dio che è bello, un po’ mi sento come in una poesia di Palazzeschi, un po’ è un film americano. Questa sensazione di non essere nessuno e stare in un posto di nessuno può dare alla testa come una droga.
    Stefano, qualche volta è il passato che ti conserva a te, e non puoi farci niente, ma ti capisco, hai traslocato, avrai buttato via un sacco di cose e devi sostenere questa scelta di fronte allo strazio che ne è conseguito
    un abbraccio a tutti

  • carlotta // Settembre 6, 2008 a 8:35 am | Replica

    Viviana, va bene faccio outing : lavoro a scuola anch’io. Com’è che si fa? Ci si mette in cerchio: mi chiamo Carlotta e sono un’insegnante.Mi dispiaceva dirlo perché i giovani scrittori sono terrorizzati dalle professoresse, le descrivono all’incirca come barre di ignoranza irradiante con tempo di dimezzamento 10-15.000 anni, racchiuse in un sarcofago di cellulite. Nori è venuto a scuola mia e aveva una faccia che io al funerale di mia madre ero più contenta. E sì che avevo minacciato gli studenti: “Il primo che gli parla come se Learco Ferrari fosse lui, è morto”. Si è sciolto un po’ solo quando ha visto che le professoresse non gli facevano domande…
    Anch’io un’idea di lettura: Eschilo, il gran perdente, di Kadaré. C’entra anche col nostro blog zavattiniano-kunderiano, no?
    baci

  • viviana // Settembre 6, 2008 a 5:33 pm | Replica

    Volevo far finta di essere una studentessa del liceo, ma mi avete beccato.
    Io maestra però (maestra è abbastanza zavattiniano, o no?), dall’anno prossimo pare Unica, non nel senso di preziosa e inimitabile, unica proprio come isolata e barricata nel bunker antiatomico della classe, naturalmente a prova di incendio e ogni tipo di calamità naturale di origine geologica, meteorologica e climatica, in osservanza alle disposizioni della circolare n.81/08, con tutti i piccini da curare come una chioccia coi suoi pulcini e i genitori che ogni settimana portano un salame, una bottiglia di lambrusco, le vedure dell’orto nel cestino.
    Altro che Paolo Nori…
    Comunque, sia detto per inciso ma con un profondo inchino, se io avessi avuto una prof. che chiamava Nori a scuola, avrei fatto dei pellegrinaggi a casa sua per venerarla come una dea.
    Altro che cellulite.

  • stefano // Settembre 6, 2008 a 11:57 pm | Replica

    e certo. perché il tempo mi passa e mi passa sopra. questo l’ha detto un professore cui ogni tanto rubo le parole.
    (il trasloco manco l’ho cominciato)
    (non solo i giovani scrittori sono terrorizzati dalle professoresse)
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 8, 2008 a 5:54 am | Replica

    Ah davvero? Non dirmi che anche tu, Stefano. Lo so, siamo in un blog, avrei potuto spacciarmi per un architetto, una gallerista, una sceneggiatrice, un’organizzatrice di eventi, una critica d’arte, un ordinario di estetica, un’attrice di teatro off. O tacere. Invece mi sono sentita fra amici benevolenti e guarda cos’ho fatto.
    Comunque del terrore dei giovani scrittori mi importa di più perché plasma l’immaginario, come si suol dire. Guarda te per esempio Scurati. Ha scritto un così bel saggio sulla guerra e poi gli è venuto in mente di fare un romanzo su uno studente fascinosamente disturbato che fa fuori la commissione degli esami di maturità. Gli spara, se non ricordo male. Salva solo l’umano, comprensivo dolente, ironico ma, ovviamente, irrimediabilmente sfigato, professore maschio di filosofia. Anche qua c’è da aver paura, eh?
    Comunque, per la cronaca:
    a) Nori poi l’ho fatto parlare di Charms e mi è venuto a mangiare in mano
    b) Nori va bene così com’è e, anzi, se non fosse un po’ bilioso non mi piacerebbe quanto invece mi piace
    c) Non ho la cellulite. Se ce l’avessi non ci farei su dell’umorismo, come è invece di moda fra alcune giovani scrittrici e signore del gran mondo. Mi serviva come correlativo oggettivo, e per ragioni di icasticità.
    d) Viviana, capisco bene quella cosa dei piccini “sicuri” nel bunker, è terribile. Qualche giorno fa sono ripassata davanti al giardino della scuola materna che hanno frequentato i miei figli ed ho visto che la cancellata era stata tutt’intorno coperta da una specie di plexiglas opaco. Pare che in passato alcune persone siano state viste guardare dentro, guardare i bambini, e che i genitori si siano preoccupati. Così adesso nessuno guarda dentro, e nessuno guarda fuori. A proposito di città generica e junkspace.
    Sul lambrusco e i salami io non ci conterei, però.
    e) Viviana, grazie. Purtroppo gli incontri studenti- insegnanti sono quasi sempre at the right time, in the right place, with the wrong person. E’ una specie di maledizione…
    e) Capo, è lunedì e qua in Veneto sono già al lavoro da un paio d’ore, fa’ te.

  • carlotta // Settembre 8, 2008 a 1:32 pm | Replica

    Finito Koolhaas. Mi permetto di manifestare entusiasmo per questo libro.
    Capo, mi viene da sedermi e scodinzolare.

  • stefano // Settembre 8, 2008 a 11:25 pm | Replica

    ma vabbe’, era per dire. piuttosto mi terrorizza il correlativo oggettivo, fin dai tempi del liceo mi ci torcevo l’anima.
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 9, 2008 a 6:19 am | Replica

    E cos’altro deve fare l’anima?

  • stefano // Settembre 9, 2008 a 6:58 am | Replica

    magari ogni tanto rifiatare

  • paolocolagrande // Settembre 9, 2008 a 1:42 pm | Replica

    Son molto contento per lo scodinzolamento di Carlotta. Non sono intervenuto subito per paura di dare al blog un ritmo troppo frenetico, ma son soddisfazioni. Comunque a proposito di professori, a me devo dire che sono simpatici; c’è solo una categoria di professori che mi preoccupa: quelli che ho avuto a scuola io: ogni tanto ne incontro qualcuno per strada e mi sento un po’ di soggezione; come se si chiedessero: perchè esiste? Anche quando ero loro scolaro mi sentivo addosso la stessa domanda, e poi leggevo nei volti la rassegnazione. Dai tempi della scuola mi chiedo perchè esisto, ma son domande difficili, bisognerebbe mettersi lì un pomeriggio a fila senza nessuno che ti disturbi, ricostruire un ordine morale del mondo, ma senza pensare ai filosofi che quelli appena possono bàrano. Un giorno o l’altro magari chissà. Ma degli altri professori non ho paura anzi, il fatto di sapere che insegnano dentro delle classi con la lavagna e la cattedra e poi correggono dei compiti scritti di pugno da dei ragazzi, con tante grafie diverse (e attraverso la grafia i professori è come se ascoltassero la loro voce) eccetera eccetera me li rende simpatici.
    Per le maestre poi adesso ho una specie di venerazione, perchè, scusate la fragilità autobiografica, ma il mio bambino più grande non faccio per vantarmi ma tra sei giorni va in prima elementare.
    Quanto all’anima, credo che il dialogo tra Giuseppe e il macellaio di Pavona in Salto Mortale di Gigi Malerba sia illuminante più di Aristotele, Agostino, Cartesio, Kant eccetera eccetera.

  • carlotta // Settembre 9, 2008 a 5:39 pm | Replica

    Stefano, hai ragione. Appena ho spedito il commento, che tu ci creda o no, ho pensato: tirare il fiato deve, l’anima, anche, ma sei scema?

    Capo mi farai impazzire: ma secondo te io ho letto Salto mortale di Malerba? E adesso via, andare a procurarsi. Penseranno tutti che sono appena scesa dalla pianta, come diceva mia madre, o che ho la sindrome di Stoccolma, come dice il padre dei miei figli.

    Ti riconoscono i tuoi professori, capo? Perché io quando incontro uno che potrebbe essere stato un mio studente, mi domando se è lui che si porta male gli anni, se è suo padre che se li porta bene, se è un mio ex compagno di scuola ancora uguale, se è il papà di un compagno di mio figlio, se è uno che si chiede che cos’ha questa qua da guardare…

  • andreamaddy // Settembre 9, 2008 a 10:06 pm | Replica

    L’ipocrisia non è altro che una falsa verità…ipocrisia e passato,mah, strana accoppiata…però a pensarci bene spesso i ricordi modificano ciò che è stato, rendono la realtà falsa…spesso è una falsità comoda, a volte anche dolorosa…quindi quella che sembrava una strana coppia alla fine si rivela un duo perfetto.

  • stefano // Settembre 9, 2008 a 11:45 pm | Replica

    questa non c’entra ma ve la devo proprio raccontare.
    oggi evado dal giornale per un’ora, devo incontrare uno che mi fa il preventivo per trasformare certi muri in una casa, e insomma vado e lo trovo, al ritorno sul filobus (perché a genova ci sono anche i filobus) alla fermata di via xx settembre davanti alla feltrinelli vedo che c’è ferma una simil fanny ardant del discount, che legge un libro e al tempo stesso col braccio chiama la fermata, una scena parigina, solo a parigi trovi la gente che legge alle fermate o per strada, sembrava una scena da film e io mi sentivo dietro la macchina, primo piano sulla donna che legge, partecipe persino, belìn che commozione, una donna che legge per strada, alla fermata del filobus. e sale, ecco che sale.
    carina era carina, si è seduta accanto a me, ma era meglio facesse dei chilometri, il libro era quello di fabio volo, un giorno che ti aspetto oppure una vita in più non ricordo bene, so che da carina carina è diventata un cesso siderale, e se domattina finisce il mondo peggio per lei. io non sono autore, solo lettore, ma mi sono immalinconito, già leggono in pochi, se quei pochi leggono ’sta roba. e il film finisce qui.
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 10, 2008 a 6:53 am | Replica

    Stefano, una volta un signore mi ha sorriso per strada perché a momenti finisco sotto una macchina leggendo Il discorso vero di Celso. Vedi la vita, che strana. Magari era tuo zio.
    Scusa la fatuità mattutina, però io alla tipa un’altra possibilità gliela darei. Da qualche parte della mia testa ancora un po’ offuscata si aggira una frase di Proust sulla mauvaise mousique che forse potrebbe andare bene anche per la letteratura. Non sono sicura, però.
    Buona giornata

  • stefano // Settembre 10, 2008 a 9:47 am | Replica

    certo, a cremona a maggio ero al festival del racconto, da imbucato speciale al seguito, e così ho parlato con moccia, che è pure simpatico e non se la tira a differenza di suordaliso che fa il fenomeno. diceva più o meno così: intanto è meglio che i ragazzi si abituino a leggere, poi magari da me passano davvero a proust. secondo me no, ma ho tratto l’impressione di una persona in buona fede.
    e comunque no, volo proprio no. nemmeno la prima possibilità.
    ciao
    s

  • paolocolagrande // Settembre 10, 2008 a 11:07 am | Replica

    Mi riconoscono, mi riconoscono, i professori. diciamo che ero uno scolaro problematico anche se non sono mai stato bocciato, solo rimandato in greco in quinta ginnasio ma per il resto promosso. La problematicità nasceva credo dal carattere, che qualcuno interpretava come carattere complesso, ma era un errore, o un equivoco: si trattava solo di sfiga; una prerogativa della sfiga è che spesso le si attribuisce un significato arcano, le si danno contorni esoterici e così lo sfigato maschio quindicenne-sedicenne-diciassettenne (eccetera) si illumina di interesse pedagogico. Invece è solo sfigato patocco. Del resto non esiste, in psicologia, psichiatria, e neanche in tutte le scienze che indagano metodologicamente i processi educativi, una categoria che corrisponda alla sfiga comune. Bisogna ricorrere all’indagine analogica, con tutte i fraintendimenti che ne seguono. L’interesse pedagogico che suscitava il mio caso, secondo me portava gli educatori a chiedersi le ragioni per cui uno debba venire o restare al mondo: insomma il quesito di prima. Siamo, come si può facilmente intuire, ad un livello di sfiga notevole che, sul versante didattico, subiva un sofisticato processo di sublimazione fino al livello massimo di problematicità, non più interpretabile e quindi fuori delle stesse categorie in cui si può ancora riconoscere l’essere umano vivente (e non l’uomo morto): praticamente nello sguardo dei professori riconoscevo il disagio di un principio di contraddizione non sanabile. Ho toccato l’apice a diciassette anni, per via della solitudine dei numeri primi.

  • paolocolagrande // Settembre 10, 2008 a 11:23 am | Replica

    Andrea, può essere come dici tu ma credo che il problema non sia tanto di metter vicino passato e ipocrisia ma sia l’ipocrisia di conservare il passato solo per frammenti estetici addomesticabili. Che è un modo di falsificare il passato per far buona anche la cacca. però è una mia interpretazione, non so cosa ne pensino gli altri ragazzi qui.

  • carlotta // Settembre 10, 2008 a 6:47 pm | Replica

    Magari mi sbaglio, ma ho l’impressione che la sfiga sia già una condizione di intensità che allo studente diciassettenne di oggi è preclusa. I professori, per converso, lasciamo perdere.

  • carlotta // Settembre 10, 2008 a 7:01 pm | Replica

    L’ipocrisia di cui parla Koolhaas , più che alla sfasatura del ricordo, mi pare alludere a qualcosa di più complesso e meno personale, qualcosa come l’invenzione della tradizione, che ha sempre un suo perché. Allude ai centri storici squartati per fare riaffiorare i ciottoli e le piste dei carri ( e non importa se le signore si slogano le caviglie e i ciclisti perdono le otturazioni), ai bar che si liberano dei ripiani in formica per diventare le osterie che non sono mai stati, all’ossessione necrofila della conservazione che disinnesca il passato. E chi non se lo merita il passato, fuori.

  • carlotta // Settembre 10, 2008 a 7:22 pm | Replica

    Di Volo non so niente, ma Tre metri sopra eccetera ho provato a leggerlo, su consiglio plebiscitario delle mie studentesse. Mi sono fermata alla scena in cui lui, dopo essere stato a una festa in cui ne fa di ogni, in moto, per strada ferma la macchina del papà di una ragazza e lo picchia, lo umilia, una cosa orribile. Poi lungo la strada incontra lei, la protagonista, che è arrabbiatissima, e la fa salire, e lei per tenersi in sella, com’è uso, lo cinge e sente gli addominali guizzanti e pulsanti. Tutta un brivido dall’alluce fino all’anca. Ecco, lì non ce l’ho fatta più, non sono proprio attrezzata.
    Che dalla storia di una che cinge gli addominali guizzanti di un bruto si passi a Proust, anche se Proust ci sarebbe passato volentieri, mi sembra molto improbabile, ma delle volte, a porsi certe questioni, vengono le vertigini.

  • viviana // Settembre 10, 2008 a 7:54 pm | Replica

    Stefano, uno dei libri in vetta alle classifiche di vendita in Italia negli ultimi anni pare essere quello delle barzellette di Totti, vedi tu. Fabio Volo al confronto è un intellettuale raffinato. (A parte che a me è simpatico)
    Poi ti voglio dire che una volta io, tutta in ordine, capelli profumati e trucco leggero, mi trovavo in una splendida viuzza piuttosto trafficata a fare colazione, all’aperto, una luce magnifica, Battistero di Parma in prospettiva, leggevo Qohélet di Ceronetti, sembravo la Juliette Binoche della porta accanto, bè sai? Non mi ha cagato nessuno! Delle volte vedi, anche leggere certi libri, non è che favorisca le relazioni.
    Mia madre mi dice sempre: “Second mi, ti t’è studiè trop” che tra l’altro non è neanche vero, ma un po’ capisco quello che intende dire.
    Carlotta, sul vino rosso e gli insaccati, hai ragione: non c’è da contarci. Ma faceva tanto scuola di campagna primo dopoguerra. Saprai che è tornata di gran moda di recente, tanto per restare in tema di passato e ipocrisia. Prenderò a prestito la luminosa interpretazione dell’amministratore del sito che si addice perfettamente, a mio modesto parere, all’attuale politica scolastica: c’è “un modo di falsificare il passato per far buona anche la cacca”, sarei quasi tentata di farla metterla a verbale nel collegio docenti di domani, o di scriverla come ex ergo in una mail all’indirizzo del Ministero.
    Amministratore, ho letto con una certa apprensione delle tue esperienze scolastiche adolescenziali, santo cielo che ansia, comunque sono contenta di sapere che alla fine un riscatto c’è stato: gliel’avrai ben fatto sapere ai tuoi ex professori che hai pubblicato due romanzi di successo e gestisci un blog zavattiniano epicureo paramodernista con uno sguardo rivolto chissà dove.
    Volevo dirti anche che non sono in pari con le letture consigliate e la mia anima si torce nell’invidia, ma attualmente mi occupo di riparazioni idrauliche e didattica della lettoscrittura, non vorrei dire, ma insegnerò in una prima quest’anno.
    Saluti a tutti

  • stefano // Settembre 10, 2008 a 11:14 pm | Replica

    Il Qohélet di Ceronetti è tradotto in maniera troppo sguinzaglievole, se ero al tavolo accanto te lo dicevo, ma poi finiva lì, perché non attacco bottone con la scusa dei libri, anzi non attacco bottone proprio, specie con le binoche che m’intimidiscono, più sono binoche e più all’improvviso deflagrano in un “c***o vuoi”?
    ciao
    s

  • stefano // Settembre 10, 2008 a 11:18 pm | Replica

    carlotta – quando un libro vola oltre le xmila copie, diventa un fenomeno sociologico e bisogna almeno provarci: non li compro, naturalmente, vado alla feltrinelli o alla fnac e li apro a caso per sentirne la musica. “la moglie dell’attore che faceva padre pio” (questa valeva il prezzo) era uno di ’sti casi. tutti corrispondenti alle mie disaspettative.
    compreso tremetri, naturlich. raggelante. ma l’autore almeno non se la tira da fenomeno come il bonetti, già uno che rinuncia a un cognome dalliano mi sta sui piedi.
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 11, 2008 a 5:26 am | Replica

    Ecco vedi Stefano, i rari giovanotti che non leggono solo la gazzetta dello sport, se intervengono su un libro che stai leggendo è per correggerti (la traduzione, non è il suo miglior libro, dovresti leggere piuttosto). Logico che poi vengano fanculati. Mai un po’ di umana, benevola condivisione, pura gioia gratuita di trovare in giro per il mondo un altro animale come te. Perché a me della lettura piace questa cosa di essere in un po’, mi piace questa vicinanza con gli altri lettori , che è anche corporale, fatta di dita sudaticce e sorelle, di nasi grattati. Sarà per questo che la scoperta del blog mi ha mandato in visibilio.
    Anch’io in effetti sfoglio in libreria, o mi faccio prestare (l’orrendo libro di Galimberti sul nichilismo e i giovani però l’ho ricoperto con una pagina di giornale, perché mi vergognavo), quando mi viene proprio voglia di capire.
    Volevo anche dire che però i libri raccontano delle storie, e a volte capita -che siano feccia o opere sublimi- di caderci dentro in queste storie, di voler sapere, a tutti i costi e contro ogni ragionamento, come andranno a finire. Succede. Con Moccia non è scattato, ma per esempio con Pamela di Richardson sì, e come ben saprete ce ne vuole.
    Ma se non mi dite chi sono suordaliso e il bonetti, mi viene una crisi isterica.
    PS Il cane dei librai in via d’estinzione, quello che morde -per chi se lo ricorda- lo hanno chiamato Qohélet.

  • paolocolagrande // Settembre 11, 2008 a 11:25 am | Replica

    scusate, ma ero impegnato giù da basso, da Sarà poi vero (mi han chiamato, ci sono andato); è che tutti questi avanti indietro per le scale sono un bel traffico, altro che lentezza.
    Non ho letto niente nè di Moccia nè di Volo, il che è una lacuna perchè l’italia è schierata in due partiti, ma entro il mese corrente leggerò qualcosa dell’uno e dell’altro.
    Grazie Stefano, mi fa molto piacere che i soldi non siano stati spesi invano. Anch’io sfoglio in libreria anzi a volte sfoglio troppo e mi guardano male. Ma davanti ai libri di Moccia e Volo c’è sempre troppo assembramento.
    Siccome purtroppo il mio bambino non potrà avere te come maestra, Viviana, ti terrò aggiornata su cosa capita lì da lui. Sono un po’ emozionato, comincia la prima lunedi.
    Sourdaliso e Bonetti non mi dicono niente neanche a me, per adesso, per quanti sforzi faccia. Fai prima a spiegarcelo, Stefano..
    Un altro applauso ai librai in via di estinzione.

  • paolocolagrande // Settembre 11, 2008 a 3:25 pm | Replica

    E’ vero, adesso i diciassettenni non sono più visitati dalla sfiga. Si perdono qualcosa, però: la sfiga, se resisti all’imperioso richiamo suicidiario che l’accompagna, si fissa nell’area più produttiva del cervello, quella che percepisce la tridimensionalità e quindi l’introspezione; la sfiga è tridimensionale e introspettiva, cioè creativa e immaginifica.
    Comunque non riuscirei a dire agli ex professori che sono il capo tenutario di un blog kundera-zavattiniano epicureo con lo sguardo rivolto al cielo. Non saprei come cominciare il discorso.

  • paolocolagrande // Settembre 11, 2008 a 3:29 pm | Replica

    (non c’entra niente ma per chi vuole a Reggio Emilia, sabato 13 settembre, ore 21.15, al Campovolo, sala dei libri, c’è la presentazione dell’ultimo numero dell’Accalappiacani. leggiamo un po’ di cose. Un’altra presentazione della rvista sarà a Bologna il 16 settembre. Qui sopra c’è il link del sito dell’accalappiacani, per chi vuol consultarlo, chiusa la parentesi)

  • viviana // Settembre 11, 2008 a 4:33 pm | Replica

    Lo sapevo già.
    Ero così contenta di possedere la mia copia del primo numero che ho comprato due settimane fa, ero così orgogliosa di aver mandato in subbuglio la Feltrinelli di Parma che non trovava più l’ultima di tre copie.
    Pensa, mi dicevo, se mi vedesse Stefano qui seduta al Parco Ducale con il mio n.1 dell’Accalappiacani.
    Invece son già rimasta indietro: è’ uscito il secondo.
    Io ho questa caratteristica di non riuscir proprio a stare al passo. Resto indietro, mi crogiolo nel paesaggio e quando alzo gli occhi gli altri sono già andati. Se compro Fidèg, esce Kammerspiel, se scelgo un paio di scarpe col tacco, vado a casa e mia cognata mi dice che non vanno più, se prendo una macchina diesel, dopo due mesi il gasolio costa uguale alla benzina. Che a pensarci bene ha un po’ i contorni della sfiga.
    comunque niente tentazioni suicidarie.
    (a proposito, chiedo all’amministratore, si può sapere come mai non c’è il nome di paolo nori tra quelli che formano il cane della copertina? L’ho cercato tanto, ho guardato e riguardato. Niente, non c’è.)

  • stefano // Settembre 11, 2008 a 11:22 pm | Replica

    suordaliso = faletti vestito da suora a “drive in”, anche se ora nelle sue quarte di copertina tale precedente è eclissato
    bonetti = il vero cognome di fabio volo

  • stefano // Settembre 11, 2008 a 11:27 pm | Replica

    carlotta – io sono l’unico giornalista sportivo dell’emisfero boreale che ogni giorno legge almeno repubblica, corriere, stampa e giornale dalla prima all’ultima riga, ma neglige i giornali sportivi. per questo che sono sbagliato
    paolo – i soldi erano ben spesi non solo per quel passo sugli scrittori tuoi coevi, i tuoi due libri mi sono veramente piaciuti in toto, se no non capitavo qui, sono quei libri che quando finiscono vorresti che ce ne fosse ancora.
    viviana – stamattina sono andato da un falegname per affrontare il cimento del preventivo della libreria della nuova casa, ecco che dal retrobottega si fa avanti un bulldoghino di 5 mesi, un lolito! e come non amare una rivista nomata l’accalappiacani ?
    ciao
    s

  • paolocolagrande // Settembre 14, 2008 a 8:49 am | Replica

    Capisco molto bene il richiamo del lolito di cinque mesi, e nell’accalappiacani il punto di vista del cane è fondamentale. Grazie Stefano.
    Nel numero uno dell’accalappiacani Paolo Nori è stato redattore insieme a Gessica Franco Carlevero e Andra Lucatelli: il suo nome lo trovi, Viviana, fra i redattori, nelle ultime pagine.
    Al numero due appena uscito è allegato un cd che contiene il Secondo convegno ballabile su Learco Pignagnoli, con letture tratte da L’opera completa di Learco Pignagnoli, di Daniele Benati, Aliberti Editore, insieme a musiche del Concerto a Fiato l’usignolo. Il numero zero, unico numero in cui ciascun pezzo è preceduto dall’indicazione dell’autore, era uscito nel novembre 2006 ed era stato stampato in un migliaio di copie. Ma è sempre reperibile perchè l’editore credo non abbia mai smesso di ristamparlo: la veste è più povera rispetto ai nn. 1 e 2 (formato più piccolo, niente grafica e copertina di carta) e costa 1 euro. Fine della pubblicità.Comunque anch’io arrivo sempre dopo, a volte mi basta un secondo, il tempo esatto per sbagliare strada senza via di ritorno per chilometri e chilometri. O comunque arrivo sempre in ritardo nelle cose: la ragione è che mi hanno fatto andare a scuola prima: ho fatto la famosa prima elementare che avevo appena compiuto cinque anni. Quando sono andato in quarta ginnasio ne avevo appena compiuti tredici e giocavo coi soldatini intanto che compagni di classe quindicenni o quasi quindicenni correvan (inutilmente) dietro alle compagne di classe già donne fatte che uscivano con quelli di due classi avanti. Questo è un tassello che mancava al precedente discorso sulla sfiga. Insomma, sto scontando l’impazienza dei genitori in una durissima condanna al ritardo, o alla percezione posticipata delle cose: una specie di sfasatura ormai fisiologica verso l’intempestività. Dovevo essere in testa alla corsa invece – dopo aver arrancato in coda – mi rassegno al mio passo lento. Il blog in fondo rappresenta questo contrappasso.
    Bella l’idea di ricoprire la copertina di certi libri con carta di giornale. Oltretutto li rendi riconoscibili in libreria. Ti spiace Carlotta se la copio?

  • paolocolagrande // Settembre 14, 2008 a 9:00 am | Replica

    Grazie anche per Suordaliso e Bonetti, non ci sarei arrivato. Chissà perchè a Volo non piace Bonetti.

  • carlotta // Settembre 14, 2008 a 11:21 am | Replica

    Avevo scritto un post ma nello spedirlo mi si è cancellato e adesso mi sento come Gogol quando gli ha preso fuoco la seconda parte de Le anime morte…

  • paolocolagrande // Settembre 14, 2008 a 12:35 pm | Replica

    Hai tutta la mia comprensione. Scusa il riferimento autobiografico ma mentre scrivevo kammerspiel ho perso circa tre/ quattro pagine perchè mi si è spento il pc mentre scrivevo e non avevo fatto salvataggi intermedi. Se ci tieni ti dico come è andata a finire e qual’era la parte cancellata, ma quello che voglio dire è che son momenti di tragedia pura, oltretutto stavo provando un grandissimo piacere a scrivere e erano cose secondo me piuttosto belle. Ho provato a riscrivere il testo cancellato facendo sforzi atroci di memoria ma era inutile, venivano fuori solo imitazioni volgari. delle schifezze. Gogol però l’aveva fatto di proposito, nel delirio (quindi forse non proprio di proposito), di bruciare la seconda parte de Le anime morte.
    Sta per uscire una nuova edizione de Le anime morte, con traduzione di P. Nori, per feltrinelli. Credo in novembre.
    Ne Il libro dei libri perduti (storia dei capolavori che non leggeremo mai) di Stuard Kelly, c’è dentro tutto il disperso, Gogol, Hemingway, Byron…
    Insomma, non disperiamoci che abbiamo dei precedenti di cresta.
    Poi c’è un libro introvabile in libreria ma sicuramente trovabile in biblioteca è Oggetti smarriti di Piergiorgio Bellocchio: qui non si tratta di libri perduti ma di libri dimenticati, che è peggio, perchè non erano nè Suordaliso nè Bonetti.

  • paolocolagrande // Settembre 14, 2008 a 12:40 pm | Replica

    Stuart, non Stuard.

  • carlotta // Settembre 14, 2008 a 7:28 pm | Replica

    Eh già. Poi non so, è che viene da vomitare a riscrivere subito dopo una cosa che si è cancellata, è una sensazione che non assomiglia a nessun altra.
    Anch’io sono stata mandata a scuola a cinque anni. Ormai non saprò più se i miei avevano avuto una qualche fantasia di precocità nei miei confronti, ma secondo me, e checché se ne dica, una volta i genitori erano più sbrigativi nell’affrontare l’universo- bambino e quando non ne potevano più di averci intorno trovavano delle soluzioni alternative. Questa era una.
    Io invece mio figlio a suo tempo non volevo proprio mandarlo a scuola, l’avrei tenuto nascosto dietro a un armadio come Anna Frank. Però domani si comincia, ci vuole un po’ di ottimismo. E non si può mai dire, magari sarà divertente.
    Un augurio di cuore a tutti noi

  • carlotta // Settembre 14, 2008 a 7:31 pm | Replica

    Io non c’ero, però secondo me, dopo, a Gogol gli è dispiaciuto di avere bruciato la seconda parte de Le anime morte.

  • paolocolagrande // Settembre 14, 2008 a 8:14 pm | Replica

    Dicono che è stato un delirio religioso. Ad ogni modo credo anch’io che poi gli sia dispiaciuto.
    L’idea di non mandare a scuola il bimbo è venuta a volte anche a me. Ormai è tardi. Il mio magone è di vederlo piazzato stabilmente su dei binari. Ma non voglio fiaccarvi con le mie paturnie, non è politicamente corretto, per un capoblog.

  • carlotta // Settembre 15, 2008 a 1:03 pm | Replica

    Ecco fatto. Ho accompagnato mio figlio a scuola per il primo giorno di quarta ginnasio. Solo oggi, e solo fin dietro alla colonna. Lui era verdognolo, anche perché ha fatto di colpo un freddo da matti. Allora gli ho detto: dài GB, il grande vantaggio di fare il liceo classico è che ci sono un sacco di ragazze. L’unico vero svantaggio è che ci sono un sacco di ragazze.
    A lui queste battute un po’ stile letteratura americana piacciono, e così, prima di cacciarmi via, ha perfino sorriso.

  • carlotta // Settembre 15, 2008 a 1:40 pm | Replica

    Ho passato questi giorni di fine settimana a Piacenza. Ho ancora dei legami famigliari, ma era un bel po’ di tempo che non ci andavo. Ai miei figli piace molto perché hanno scoperto che è la capitale italiana delle carte Yu –gi- oh, al padre dei miei figli piace perché dice che è un posto pieno di belle gnocche (mi scuso per questo improvviso abbassamento del livello del blog, ma i veneti sono un po’ indietro nel processo di civilizzazione), a me piace perché giro per le strade del centro come un sopravvissuto di Auschwitz per le strade di Breslau, alla ricerca di un’insegna scomparsa, di volti perduti. Insomma siamo tutti contenti e anche se ci diciamo che non è certo the city that never sleeps, si vede che ha comunque il suo bel daffare di eventi anche lei come città del futuro.
    La cosa che mi ha lasciato un po’ perplessa è però la totale assenza di negozi di alimentari. Non ce n’è uno: non un panificio, un fruttivendolo. Niente. Altro che la gaudente Emilia gastronomica. Mi sono chiesta: ma cosa mangeranno i piacentini? Forse faranno bollire le cinture di Gucci come i naufraghi, ho pensato. Poi, siccome c’era molto caldo, mi sono seduta a un bar, di stile, direi, viennese (potevo scegliere anche giapponese, però), ho ordinato un aperitivo e ho capito. Con l’aperitivo mi hanno portato un pasto completo di olivette, cetriolini, quadratini di pane carré con losanghe di salmone, crostini con citazioni di gorgonzola e gherigli di noce, robusti triangoli di pane e coppa, carote illanguidite nella senape. Una roba mai vista. Ecco come sopravvivono qua, ho pensato, ed ecco anche il motivo per cui le gnocche di cui sopra sono così in forma, difficile prendere peso così.
    Ai bambini però, capo, cosa gli date? Le donne allattano al seno fino ai sei anni o viene la Croce Rossa a distribuire dei pacchi?

  • carlotta // Settembre 15, 2008 a 1:52 pm | Replica

    Scusa Stefano, non mi permetterei mai di dubitare delle tue letture. E’ che ho sentito una fitta di comprensione per quella ragazza che quel mattino è uscita per andare al lavoro e dal comodino invece di Historikerstreit – Die Dokumentation der Kontroverse um die Einzigartigkeit der nationalsozialistischen Judenvernichtung, ha visto Fabio Volo e ha detto – massì!-, beccandosi poi per questo del cesso siderale (che forse nella lingua del capo si traduce come “citofono intergalattico”) da te.
    Solo questo, ma con nessuna ostilità.
    carlotta

  • carlotta // Settembre 15, 2008 a 1:53 pm | Replica

    e “sul” comodino

  • paolocolagrande // Settembre 15, 2008 a 4:49 pm | Replica

    Primo giorno di scuola di prima elementare che poi si chiama prima primaria: come se mi avessero picchiato in dieci. Ma avevo detto che non ne parlavo. Sulla densità di popolazione di gnocca a Piacenza non saprei cosa dire. I piacentini – io non sono un piacentino di stirpe e neanche un appassionato residente – attingevano a Parma perchè parma è la sede universitaria d’elezione dei piacentini: cioè una volta ci si dedicava, compatibilmente con le proprie risorse, più proficuamente alla gnocca dopo la maturità, prima ci si pensava tutti i giorni ma finiva lì. Di conseguenza i piacentini che andavano all’università a Parma si trovavano bene anche da quel punto di vista. Anche i parmigiani però, a ripensarci, si trovavano bene con l’immigrazione piacentina universitaria e infatti a fine settimana c’erano parmigiani che scendevano ai confini del ducato per coltivare la gnocca piacentina conosciuta a casa loro; ma non enfatizzerei il fenomeno gnocca a Piacenza, con tutto il rispetto per il posto dove abito. Uso anch’io il termine gnocca per praticità, visto che il dialogo è iniziato bene così. Circa la vivacità del borgo citerei, se avessi davanti il testo, L’italiano di Sebastiano Vassalli, che a un certo punto dice di Piacenza una  cosa del genere: Ma è una città questa? mi sembrano più che altro tante case. Un concetto che forse ritroviamo in Koolhaas. Dickens è meglio non citarlo perchè aveva detto cose turpi di Pc e dei piacentini e i piacentini se citi Dickens si incazzano. Manganelli ha scritto un racconto intitolato Piacenza non è Singapore (che apre la raccolta, se non ricordo male, La favola pitagorica). Eccetera ecceteraEffettivamente molti – non so quanti, ma molti – si nutrono di gucci e happy hour più che di frutta verdura e pane, ma devo essere onesto e dire – da consumatore di pane frutta e verdura – che forse non hai imboccato le vie giuste. In centro storico, ad esempio in via calzolai da piazza cavalli fino a piazza borgo ci sono tre forni con relativo negozio, e due fruttivendoli, poi ne ritrovi altri due (panettieri ) in via venti settembre, fra un prada e un du pareil; altrettanti (panettieri e fruttivendoli)fra corso vittorio emanuele e via cavour sempre però confusi in mezzo a centinaia di negozi di vestiti; tra Piazza duomo (dove ci sono, vicinissimi, un negozio sotto i portici che trabocca di frutta che non si passa a piedi e un’altro fruttivendolo in via chiapponi, più discreto) e piazzetta in fondo a via Roma (dove pure ci sono panettieri e fruttivendoli) passando prima per via legnano ci sono altri due panettieri e un fruttivendolo. Non ho parlato di gastronomie perchè in effetti molte sono state chiuse ma credo che ce ne siano ancora abbastanza malgrado i banchi gastronomia dei supermercati (faccio più spesa dal fruttivendolo e dal panettiere che in gastronomia, il salume e la carne – poca merce – la prendo da un mio amico macellaio di stradone farnese, per il resto conduco vita francescana). Questo in centro storico, che non è grandissimo. Però è anche vero che, sempre in centro storico, ci sono vie senza panettieri nè fruttivendoli e dove tracimano scarpe, camicie, foulards, orologi, giacche e cappelli e ombrelli e orpelli eccetera eccetera.Librerie quasi nessuna perchè la città è troppo colta, sarebbe come vendere granite in alaska.Però se mi avvisavi prima ti davo le indicazioni giuste, su pane frutta e verdura: in fondo a cosa servono i blogs.
    Citofono è una bella parola, intergalattico meno.

  • carlotta // Settembre 16, 2008 a 7:46 am | Replica

    Va be’, sono più contenta se mi sono sbagliata e avete da mangiare. Sai, i diasporizzati vivono una situazione di conflitto fra la nostalgia e l’amarezza che finisce per falsare la prospettiva e rendere l’atteggiamento verso l’origine meno equanime.
    Però a Pc ho trovato una libreria dell’usato, che invece a Mestre non c’è, e mentre ero lì che scavavo è entrata una signora che voleva vendere la sua copia de La solitudine dei numeri primi. Ha detto che era il più brutto libro che avesse mai provato a leggere, che se vincon dei libri così vuol proprio dire che dietro il premio Strega ci sono delle pastette, che voleva comprare un bel romanzo d’amore, che la gente non sa più cosa scrivere. Voleva liberarsi del libro, non era più disposta a tenerlo in casa neanche un minuto. Visto da fuori, mi è sembrato un bel soprassalto di passione vera, che ce ne fossero, però anche mi vergognavo un po’, come se il libro lo avessi scritto io.
    Citofono intergalattico mi serviva solo come contrappunto straniante a cesso siderale, che la facilità con cui nel mondo moderno le signore diventano dei cessi mi turba. Ma la consapevolezza delle mie buone ragioni non diminuisce l’umiliazione, capo.

  • paolocolagrande // Settembre 19, 2008 a 5:13 pm | Replica

    Fandango ha pubblicato Dizionario Affettivo della lingua italiana. Bello secondo me, autori noti e autori non noti. Piccolo esercizio che vale anche come consiglio di lettura: verificare, attraverso la piccola palestra (fighi che brutta parola, ma non me ne vengono di migliori) del dizionario, chi ha più cose da dire: gli autori di cresta o quelli non di cresta, così, percentualmente (fighi che brutto avverbio, ma vale la considerazione della precedente parentesi). ciao.
    Intanto faccio un altro post, tanto da dare una moderatissima accellerata.

  • michela // Settembre 19, 2008 a 7:44 pm | Replica

    Non ho ancora avuto il piacere di leggerlo ma sono molto curiosa. Il numero di ‘tina Dizionario affettivo della Lingua Italiana mi è piaciuto (per chi vuole scaricarlo basta andare sul sito di Matteo B Bianchi, da lì a ‘tina, è il penultimo, se ricordo giusto, sicuramente è anche in versione pdf, bella e utile per chi come me preferisce leggere da foglio), ho visto che ora ne esiste anche uno aperto a tutti, anche lì ho letto delle parole che mi sono piaciute.

  • paolocolagrande // Settembre 19, 2008 a 8:11 pm | Replica

    Su ‘tina di Matteobb però c’è solo una piccola parte del dizionario affettivo: credo che fosse una specie di bozza iniziale con qualche contributo.
    Costa mi pare 10 euro ma basta andare in biblioteca. c’è già.

  • paolocolagrande // Settembre 19, 2008 a 8:13 pm | Replica

    comunque ciao Michela, scusa non ti avevo salutato.

  • michela // Settembre 20, 2008 a 4:38 pm | Replica

    ciao Paolo,
    come al solito non mi sono fatta capire. Sono ben consapevole che quello di cui parli tu è un libro-dizionario con molte più voci di quelle che ci sono nel numero omonimo di ‘tina, l’ho anche ordinato (ma non è ancora arrivato). Il mio commento era solo per segnalare, a chi passa da qua, la possibilità di fare una prova di lettura e magari incuriosirsi, tutto lì.

  • carlotta // Settembre 21, 2008 a 9:13 am | Replica

    Salve, capo. Questa volta il libro ce l’avevo già!
    stato uno dei miei rari acquisti up to date: sul banco della feltrinelli aperto a caso alla parola “Camurria” che appartiene al mio lessico famigliare lato paterno. Insomma, dopo che ne avete parlato l’ho promosso dalla pila dello studio a quella del comodino e l’ho letto qua e là, ma, devo dire, non mi è mica tanto piaciuto. Qualche voce è interessante, molte sono divertenti, ma per la maggior parte mi danno l’idea di esercizi fatti senza troppa convinzione, e le parole sembrano trovate fuori lì sul momento, senza nessuna vera risonanza emotiva. Non l’ho letto tutto però, magari merita un’altra occhiata.
    (forse ha contribuito il fatto che da pagina 146 a 159 il libro è impaginato tutto sbagliato e io non ho tenuto lo scontrino per cambiarlo . Non ho mai lo scontrino giusto al momento giusto e ogni volta prometto che li terrò tutti in una scatola. Ma fra tenere tutti gli scontrini, di ogni cosa, per sempre e non tenere nessuno scontrino, di niente, mai, ci dovrebbe essere una misura possibile. Ecco, io non la trovo)
    Buona settimana

  • paolocolagrande // Settembre 21, 2008 a 12:28 pm | Replica

    Infatti era una bella idea, Michela, quella di guardare prima ‘tina per farsi un’idea. Sinceramente non saprei se in alcuni casi si tratta di esercizi fatti senza convinzione. Forse si, ma secondo me potrebbe valere il discorso di prima, cioè chi ha da dire e chi no: è una specie di test. Forse certi nomi di cresta, vien da pensare, non hanno molto da dire, a parte qualche formulina fra l’esercizio di arguzia e la nonchalance letteraria, però l’effetto non c’è.

  • paolocolagrande // Settembre 21, 2008 a 4:35 pm | Replica

    se questa fosse una scuola di scrittura creativa anzichè un blog lento paraepicureo mi verrebbe l’idea: da domani si conservano tutti gli scontrini della giornata, la sera si fa una specie di inventario mettendo i biglietti in ordine cronologico o alfabetico o tematico o numerico o toponomastico o non lo so, a piacere, e si ripete lo stesso procedimento per diciamo due 0 tre settimane ricavandone una specie di libretto sfogliabile. Poi alla fine, all’alba successiva all’ultimo giorno appena alzati, si sfoglia il libretto magari dopo aver letto tre pagine a caso di Dumas o di Bevilacqua o non lo so, a piacere, e si riflette per cinque minuti mentre si ascolta Livre pour cordes di Pierre Boulez, o in ginocchio da te di Giovanni Morandi, o tutte e due insieme, a volume bassissimo a finestre aperte; e si comincia a creare.
    Mi ricordo di aver visto tanti anni fa un programma in televisione dove la conduttrice si rivolgeva alle ragazze adolescenti e diceva: un giorno che non ci sono i vosti genitori andate in cucina e cominciate a metter delle pentole sul fuoco con dell’acqua o con tutto quello che volete, poi tirate giù dalla dispensa tutto quello che volete, aprite il frigorifero e tirate fuori tutto quello che volete e lasciate lavorare la vostra fantasia, così senza controllo. Non so chi era e non ero molto pratico di personaggi televisivi perchè ai tempi di quel programma a casa mia c’era un televisore Condor che prendeva solo il primo canale. Doveva essere il 1974 o 1975 (nel 76 abbiam comprato una televisione nuova); il periodo era più o meno ottobre (erano appena cominciate le scuole) e l’orario le sei – sei e mezza di pomeriggio. Se qualcun altro si ricorda questa cosa dica la sua (primo canale, ottobre, sei e mezza circa) e magari aggiunga qualcosa che si ricorda. Eravamo partiti dagli scontrini ma fa lo stesso, facciam finta che questa è una grande scuola di scrittura creativa, dove io naturalmente sono il professore e voi naturalmente gli allievi.

  • carlotta // Settembre 22, 2008 a 3:00 pm | Replica

    Se la prendo per un secondo sul serio questa cosa degli scontrini è inquietante: alla fine quel libretto di scontrini siamo noi. I calzini da tennis che ci siamo presi da Decathlon, il copripiumino dell’IKEA, lo stock di sei quaderni a righe di terza, l’orzo biologico, il Fluibron per aerosol. Il nostro stato di target acquisterebbe la potenza della narrazione della guerra di Troia quando è passata dall’orale allo scritto…

  • carlotta // Settembre 22, 2008 a 3:08 pm | Replica

    Però il dizionario affettivo ha messo in moto delle cose: mi sono ricordata che da bambina mi era molto antipatica la parola magazzeno, che adesso mi piace salamelecchi e mi sono accorta che l’incontro dei genitori con i professori non è più l’udienza ma il ricevimento, con un’ idea di festosità che prima non c’era. Ci sono delle parole, ma non lontanissime, anche della nostra infanzia, che stanno scomparendo. Forse bisognerebbe lanciare l’iniziativa “adotta una parola”, metterci d’accordo in un po’ e usarla spesso. Ma si finirebbe per sembrare leziosi e la gente direbbe: ma andate a lavorare. Non c’è via d’uscita.

  • paolocolagrande // Settembre 22, 2008 a 3:45 pm | Replica

    … o della disfatta di roncisvalle.

  • paolocolagrande // Settembre 22, 2008 a 3:55 pm | Replica

    ricevimento sa molto di vernissage, o di ballo delle debuttanti. Secondo me in certe scuole elegantine italosvizzere ci sono ostriche e champagne, al ricevimento.
    ‘Adotta una parola’ sarebbe una bella iniziativa ma si presterebbe a strumentalizzazioni da un lato ipergoliardiche dall’altro iperletterarie che ci taglierebbero fuori.

  • michela // Settembre 24, 2008 a 6:52 pm | Replica

    Quando ho sentito del dizionario affettivo a me è venuto in mente quando giocavo a vocabolario. Non so se andava di moda solo nella bergamasca o se era un attimo più diffuso, comunque: a turno uno aveva in mano il vocabolario e cercava una parola della quale non conosceva il significato, la leggeva e ognuno scriveva un’ipotetica definizione su un bigliettino. Chi aveva il vocabolario scriveva quella corretta cambiandola quel tanto da non renderla facilmente identificabile, poi raccoglieva i biglietti di tutti, rigorosamente anonimi, e li leggeva ad alta voce. Seguiva una votazione, se indovinavi la definizione esatta 2 punti, se votavano la tua 1 punto. Messa così sembra che abbia avuto un’adolescenza strana, un po’ strana lo ero ma vi assicuro che era divertente. La cosa deve aver lasciato un segno; quando io e il mio fidanzato abbiamo messo su casa a mia cognata che ci ha chiesto di che cosa avevamo bisogno ho risposto: siamo senza vocabolario e senza atlante (penso che si aspettasse una risposta diversa).
    @ Carlotta: adotta una parola è una gran bella idea. Sul vocabolario affettivo che c’è on line io ho messo Compromesso (come sostantivo), non perchè sia la mia preferita ma perchè la trovo usata molto spesso in modo che mi sembra che la rovinino. Volevo un po’ darle una mano. A modo mio l’ho un po’ adottata.

  • carlotta // Settembre 24, 2008 a 7:15 pm | Replica

    Grazie. Anch’io voglio raccontare una cosa tratta dalla mia insignificante biografia. Casomai il capo, che è amministratore, se la trova fuori luogo la cancella. E’ una cosa vera. Ecco, io da piccola mi appassionavo a delle parole e non vedevo l’ora di usarle. Per esempio dopo avere letto e riletto il Giornalino di Gian Burrasca, parlavo e scrivevo piena di toscanismi: “non ho punto voglia” , “questo è il dottor Montini e lo somiglia” ecc. Ad un certo punto avevo incontrato la parola “annoverare” e non ho avuto pace finché non sono riuscita a usarla con un adulto. Così ho detto a mio zio Felice: “Zio, fra i piaceri della vita, non annoveri quello di stiracchiarti nel letto la mattina?”. Anime sante, come dicono qua. Eterogenesi dei fini, come dicono là. Lo zio ha detto che ero una smorfiosa, che era meglio se andavo a giocare in cortile, che non aiutavo mai mia mamma, che dovevo smetterla con quell’aria…
    Aveva ragione, probabilmente, lo zio agricolo, sarò sembrata una scimmia ammaestrata. Però è per dire che : 1. quello per le parole deve essere amore vero, quindi anche fisico, ti deve piacere come suonano, non solo quello che significano 2. è molto facile passare da smorfiosi, c’è un margine strettissimo, come dicevo anche sopra, che il capo mi dava persino un po’ ragione.
    Annoverare mi piace ancora da matti, ma non riesco ad usarla quasi mai.
    Adesso vado a vedermi compromesso sul dizionario
    Buona notte!

  • carlotta // Settembre 24, 2008 a 7:22 pm | Replica

    mi sa che non ho capito niente: dove vado a cercarmi la parola compromesso? Avevo capito sul numero speciale di ‘tina, ma non l’ho trovata
    grazie
    c

  • carlotta // Settembre 25, 2008 a 6:02 am | Replica

    Trovato! Sono molto d’accordo su “compromesso”. Appartiene all’area semantica di parole che mi sono molto simpatiche, perché mettono l’accento sul riconoscimento del limite, anziché sulla lotta eroica dell’individuo contro le forze avverse. Una pacchia per questo blog

  • paolocolagrande // Settembre 25, 2008 a 1:20 pm | Replica

    Mi piace il compromesso di Michela, cioè l’idea che ne salta fuori e mi piace molto anche il tema del riconoscimento del limite. Il riconoscimento è una specie di investitura naturale e non c’entra con la rassegnazione (del limite). E’ il suono però della parola in sè che non mi piace tanto: è uno dei casi in cui la parola disturba il significato. Compromesso è una parola pesante e veloce allo stesso tempo, di quelle che se non stai attento ti investono mentre attraversi la strada e non si fermano a vedere cosa ti sei fatto. Più che un suono è un rumore che viene, nelle mie orecchie, dallo schianto tra le parole compresso e promesso (quando la promessa è difficile da mantenere). Invece il significato è bello (Amos Oz c’ha scritto dei libri) e spiegato da voi potrebbe prendere musica, ma la parola rimane così, purtroppo, e a volte quando si scende a compromessi non è che si scende, si scivola o si precipita.
    Rileggere quello che ho scritto sembra la rubrica di Susanna Agnelli che risponde alle lettere su Oggi.
    Comunque è sì una pacchia, per il blog.

  • paolocolagrande // Settembre 25, 2008 a 1:24 pm | Replica

    Da non fraintendere: i vostri interventi sono intelligenti e belli da leggere. E’ il mio – promesso e compresso eccetera eccetera, la musica e soprattutto Amos Oz – che tende alla saggia predicazione e quindi fa pena. Scusatemi, non lo faccio più ma non so come si fa a cancellare. Pazienza.

  • paolocolagrande // Settembre 25, 2008 a 1:25 pm | Replica

    comunque è un bel blog, secondo me.

  • michela // Settembre 25, 2008 a 8:07 pm | Replica

    Grazie ;-)
    Bello la sera passare da qui. A me pare che anche Amos Oz ci stia bene, non risulta peso. Di suo ho letto poco ma mi hai fatto venire in mente una sua intervista da Fazio a Che tempo che fa. Secondo me anche nei libri di David Grossman c’è molta attenzione all’altro, all’ascolto, al dialogo. Non so, forse è il vivere in uno stato come il loro ha la sua importanza. Ma una parola cambiando cultura rimane la stessa? ha lo stesso significato?

  • paolocolagrande // Settembre 25, 2008 a 9:04 pm | Replica

    E’ una parola fragile, difficile che resista agli uragani delle culture. Oz e Grossman, come dici tu, ascoltano e parlano, cioè scrivono, e danno l’impressione di un’equidistanza che supera il compromesso. Ma non so sinceramente cosa voglia dire vivere come vivono loro ed è forse qui che la mia lettura si inceppa: vien voglia di capire di più di quello, già chiarissimo, che vogliono esprimere, di andar dietro a curiosare, anche se forse non c’è niente di nascosto da scoprire. O forse hai paura a cercarlo.
    Anche per me è bello passar di qui la sera, solo che adesso da un cinque minuti c’è una bimba che ha deciso di non dormire (di solito alle nove ronfano già tutti e due) e mi tocca stare nel suo letto, dove mi addormenterò, a raccontargliela. Però c’era una cosa che volevo dire che dirò domani perchè ora è un casino, come ho appena detto, ma il tema merita insomma un approfondimento e io quella cosa che dirò domani la dovrò dire. Domani. Spero di non dimenticarmela.

  • carlotta // Settembre 26, 2008 a 6:17 am | Replica

    Grazie. Merito tuo che hai saputo creare un clima d’ascolto e di parola. Non capita spesso, men che meno nei blog, nonostante sembrino un mezzo così democratico, ed è un equilibrio difficile da mantenere anche questo.
    Quando leggo Oz e Grossman mi succede una cosa strana: non riesco quasi mai a pensarli come “scrittori israeliani”. Sono scrittori che parlano di persone rotte, frantumate (pensate a Il libro della grammatica interiore, o Una storia di amore e di tenebra), di spaesamento, perdita, solitudine e di una disperazione storica in cui tutto è possibile, anche cose molto belle. Parlano di noi. Deliro?
    Se deliro, c’è un motivo legato come sempre alla mia biografia. Mi sono slogata una caviglia mettendo giù male il piede dallo stepper in palestra. Lo stepper (lo dico per il capo perché Michela lo sa di sicuro) è una specie di gradino di plastica, portatile, dal quale si sale e si scende a ritmo di musica. In italiano si tradurrebbe forse gradinatore, non so. Noi che siamo la terra dei campanili e delle torri, potremmo praticarlo in edifici storici, anziché nelle grandi palestre della città generica, peccato. Mi consolo pensando che se fossi caduta da uno step del campanile di S.Marco sarei probabilmente morta, invece sono qua con un sacco di tempo per allietarvi con i miei pensierini.
    Buona giornata lavoratori, e tiè, come diceva Alberto Sordi.

  • carlotta // Settembre 26, 2008 a 6:47 am | Replica

    Infatti. Eccomi di nuovo. Per quanto riguarda invece il suono delle parole, volevo dire che da bambina non mi piacevano tanto i nonsense, mi annoiavano i limericks di Linus, ed è solo da piuttosto adulta che ho scoperto il Jabberwocky di Carrol (sapete, quella meraviglia che si può tradurre anche “era brillosto e i tospi agìluti facean girelli in su le cive”), e poi, in un crescendo di entusiasmo, i Versi del senso perso di Toti Scialoja e la Gnosi delle Fànfole di Maraini. E’ stato come trovare una chiave per leggere e rileggere la grande poesia, oltre che un grande piacere dei sensi.
    ciao di nuovo

  • paolocolagrande // Settembre 26, 2008 a 10:25 am | Replica

    Bello che tu abbia letto la gnosi delle fanfole. Dovrebbe essere spedito gratis per posta a tutti, insieme al codice fiscale. Esperimenti così nessuno li ritenta perchè ogni ritentativo è un fallimento. Per questo si può leggere Maraini all’infinito.
    Mi spiace per la tua caviglia, guarisci presto e comunque goditi il riposo, che qui come vedi c’è sempre un da fare da moletta. Comunque, a proposito di lingua e cultura, l’esercizio fisico non appartiene alla cultura dei nostri antenati, perchè se dici stepper vedi subito il guizzo muscolare e lo slancio sudato dinamico cardiocircolatorio; se dici gradinatore vedi la stasi, o l’indolenza che precede lo sforzo minimo. Sinonimi di gradinatore; scaliniere, pigiascale, gradinante.
    Es: “mio nonno dopo l’ictus ha fatto rieducazione sul pigiascale mezz’ora al giorno per tre mesi”. Il pigiascale non potrebbe mai essere associato ad un contesto altletico, tutt’al più convalescenziale postospedaliero.

  • paolocolagrande // Settembre 26, 2008 a 10:48 am | Replica

    Potremmo attaccarci un altro aggettivo, al blog: democratico. Però non saprei, cioè demo va bene ma è il cratico che mi spaventa. Potremmo cambiar desinenza (è giusto dire desinenza?) ma non ne trovo una adatta. Chiamiamolo demoblog. Un demoblog postpicureo zavattiniano metakunderiano paramodernista; sempre con lo sguardo rivolto al cielo, naturalmente, non per scandagliarne il mistero ma per prenderne atto, che è sempre una bella cosa, è il compromesso che dicevamo prima.
    scusate se parlo troppo, adesso rallento.

  • paolocolagrande // Settembre 26, 2008 a 10:49 am | Replica

    Chissà dov’è andato a finire Stefano, se avrà finito il trasloco.

  • carlotta // Settembre 26, 2008 a 4:48 pm | Replica

    Spero di non averlo fatto scappare io, con le mie uscite da bigottona postfemminista. Se mi sente, lì nell’etere infinito della comunicazione, sappia che non avrei mai voluto.

  • paolocolagrande // Settembre 27, 2008 a 1:01 pm | Replica

    Vedi poi cosa capita. L’altra sera volevo dire una cosa poi la bimba silvia ha deciso che non voleva dormire. Poi me la son dimenticata e mi è un po’ dispiaciuto perchè, così a sensazione ma senza memoria, mi sembrava carina. Ora me la sono ricordata, aveva a che vedere con le parole e la cultura dei posti. Allora. Dentro Il coraggio del pettirosso di Maggiani (libro e autore di cui non riesco ad innamorarmi, dico innamorarmi perchè la maggior parte dei lettori di Maggiani sono innamorati dei suoi libri e di lui) a un certo punto c’è un dialogo bellissimo tra Saverio, protagonista del romanzo (egiziano di origini italiane) e Amin, un beduino conosciuto nell’oasi di Siwa nel deserto. Ciascuno parla una propria lingua neanche ben definita e comunque diversa da quella dell’altro. Ma i due si capiscono perfettamente, tranne che su una parola: nostalgia. Amin non capisce cosa sia, Saverio cerca di spiegarglielo in tutti i modi, coi gesti della mano sul cuore che si invola lassù eccetera eccetera, ma niente, Amin quella cosa, quella parola, non la sa, non la capisce. Solo a un certo punto, nel raccontare a Saverio che un giorno riporterà la famiglia al monte Musa, dove sono le sue origini, Amin afferra il senso e dice: non è nostalgia, è la vita: la vita non ha nostalgia, la vita ha solo andare e tornare. Forse non c’entra niente, in questo punto del blog, ma l’altra sera credo che c’entrasse, perchè bene non lo so. Ma fa niente.Ad ogni modo la vita ha solo andare e tornare. Quello che ho appena fatto.

  • carlotta // Settembre 29, 2008 a 1:42 pm | Replica

    Noventa, in quel suo verso così famoso, sembra invece dire che il movimento della vita è solo nostalgia. Io come io non dico niente perché provo nostalgia anche per i posti dove non sono mai stata, provo anche la nostalgia degli altri. E non è colpa della letteratura, è proprio una malformazione.

  • carlotta // Settembre 29, 2008 a 4:22 pm | Replica

    Capo, ho pensato che se questo blog si estinguesse per eccesso di lentezza ne morrei, e che quindi tu, in quanto, appunto, capo, dovresti fare qualcosa di rivitalizzante, di vagamente celiniano, tipo metterci delle parole forti, che poi sono parole molto cercate su Google. Potresti cominciare con negazionismo, con cintura-chiodi-tritolo, antrace, attentato ecc.
    Poi col Mossad ti spieghi, nel giro di Accalappiacani ci sarà bene qualcuno che parla l’ebraico.

  • paolocolagrande // Settembre 29, 2008 a 5:00 pm | Replica

    Hai ragione. Bisogna far qualcosa: è che a chiamare Noventa mi sono immalinconito anch’io; e quando la lentezza si incrocia con la malinconia … Noventa è una bella pugnalata, perchè anch’io faccio parte di quelli che la pensano come lui o che quando lo leggono se ne convincono. Ma a parte Noventa (a parte si fa per dire, perchè bisognerà tornarci su), occupiamoci dell’emergenza e allora costituisco un’unità di crisi (composta da me stesso). Entro domani tento il botto, non so bene come ma il botto ci sarà. più ancora che l’alitalia o l’inter che perde o il piacenza che pareggia con l’albinoleffe (riferimenti, questi ultimi, per provocare Stefano). Insomma vedrai che roba.

  • michela // Settembre 29, 2008 a 8:19 pm | Replica

    Pensierini liberi
    Nostalgia, per me, è molto di più di andare e tornare; c’è quella che con l’andare e tornare può (almeno momentaneamente) sparire, quella che a ogni ritorno aumenta perché si sa già che ci sarà un altro andare e quella con la quale bisogna imparare a convivere ché di ritorni non ne esistono.
    Maurizio Maggiani lo leggo volentieri sia che siano romanzi, racconti o articoli (Secolo XIX), anche le sue presentazioni sono belle così come lo sono stati gli interventi che ha fatto alle varie festa dell’Unità (GE) almeno quelli che ho seguito anch’io. E’ molto bravo a raccontare, ha tempi e voce che invogliano all’ascolto, ma innamorarsi? mi vien difficile pensare a dei lettori innamorati (della sua pagina e/o dell’autore). Anche come fotografo mi è piaciuto (c’è stata una mostra al Palazzo Ducale di GE l’inverno scorso), mi sa però che abbiamo gusti diversi: nessuna delle due foto davanti alle quali mi sono fermata più a lungo è poi finita sul suo libro su Genova.
    Sabato sono andata a trovare un amico libraio e così adesso anch’io ho letto il secondo numero dell’Accalappiacani; mi è piaciuto, alcune cose molto. Solo che, dal momento che sono più curiosa di una scimmia, ora sono qua che guardo l’elenco degli autori nella speranza (vana) di riuscire a capire di chi sono due pezzi.
    Ho iniziato il Dizionario Affettivo. Bello Peraltro.
    L’Albinoleffe è una gran squadra basta pensare all’anno scorso. Poi è finita come è finita ma secondo me è finita così solo perché se no Gianluca Morozzi ne faceva una malattia che ha già i suoi problemi se si dice Atalanta ci mancava anche la squadra sorella. Scherzo: il Bologna se lo meritava.
    Aspetto il botto con curiosità.

  • stefano // Settembre 29, 2008 a 9:58 pm | Replica

    stefano ha un casino dopo l’altro, con rispetto parlando, non sa da quale cominciare il disboscamento. ma è tutta la vita che è così.
    forse mi chiudono il giornale, ma pare di no però bisogna vedere, e comunque il giornale dopodomani mi manda in lituania appresso alla sampdoria. questo è quanto. ma hai ragione, batto la fiacca, questo è un bel blog e va rinsanguato, tanto più che i tuoi due libri mi sono piaciuti tanto e infatti aspetto il terzo
    ciao
    s

  • carlotta // Settembre 30, 2008 a 6:04 am | Replica

    Sì, vedo che siete tutti dei gran sportivi. Intanto chi sta chiusa in casa con la caviglia fasciata e le stampelle a causa dell’esuberanza del gesto atletico sono io. :-)
    Buona giornata

  • michela // Settembre 30, 2008 a 11:52 am | Replica

    @ Carlotta Mi spiace che la tua caviglia non sia ancora a posto. Non sono per nulla una sportiva, per convincermi a fare anche un minimo d’attività fisica ci vuole pazienza (molta) e un paranco per smuovermi dalla poltrona. Lo stepper so cos’è ma non ne ho mai visto uno dal vivo; se si esclude un po’ di nuoto durante l’estate non rimane quasi nulla. Mio nonno, il padre di mio padre, giocava nell’Atalanta nel Giurassico (mi raccontava che quando vincevano gli regalavano una cravatta), guardare i risultati è, per me, solo un modo come un altro di ricordarlo.

  • carlotta // Settembre 30, 2008 a 1:59 pm | Replica

    va be’, neanche il mio gesto era poi così atletico…

  • carlotta // Settembre 30, 2008 a 2:53 pm | Replica

    c’è un film che sto cercando di ricordare un po’ meglio, ed è una delle cose che penso quando penso nostalgia. Mi sembra che si chiami Salvate la tigre, con Jack Lemmon. L’ho visto che ero proprio una ragazzina e non avevo ancora diritto ad avere nostalgia di niente, ma invece. C’è una scena in cui il protagonista fa un elenco delle cose che gli mancano: qualcosa che riguarda il baseball, e poi, mi sembra, Billie Holiday che canta Fine and mellow, o forse My funny valentine, e altro, non mi ricordo le cose dell’elenco, piuttosto il suo ritmo doloroso. Lui non dice “mi manca”, dice “voglio sentire Billie Holiday che canta Fine and mellow”, è seduto in un auto, dopo averla combinata troppo grossa e senza più vie d’uscita.
    Spero di non essermelo inventato

  • paolocolagrande // Ottobre 3, 2008 a 8:33 am | Replica

    Va be’, non c’è stato il botto. Per adesso; diciamo che è in preparazione, ho calcolato male i tempi. bisogna aver pazienza, d’altra parte mettiamoci un po’ nei panni di un amministratore di blog, che è un mestieraccio, modestamente.
    Forse – per tornare a Maggiani – ho usato la categoria dell’innamoramento (quello che io non ho avuto) in senso improprio. Ma era per rendere l’idea: se incontri un lettore affezionato di maggiani che si mette a parlare di Maggiani sembra di sentire uno che ha appena trovato la morosa e allora devi ascoltarlo e dargli ragione, altrimenti ti perdi in un contraddittorio sterile in cui tu magari tenti di spiegare perchè non è scattata la scintilla ma vieni continuamente interrotto con anche un po’ di foga manesca. Nel libro su Genova pagina dopo pagina ti viene da pensare: pensa te che bella persona: il barbone fuori dalla stazione rivolge la parola solo a lui, e a pensarci se tu fossi un barbone vorresti aver anche tu un amico come Maggiani che quando va a prendere il treno ti saluta e ti parla e poi quando torna dalla svizzera (Maggiani va spesso in svizzera) ti regala i sigari Virginia (ma il barbone non vuole approfittare e ne accetta uno solo alla volta, massimo due); poi arriva il nipotino di Maggiani e ti vien da pensare che se tu fossi un nipotino vorresti avere uno zio come Maggiani che ti racconta il mondo come vorresti sentirtelo raccontare; poi arriva l’amica affetta da un male incurabile e pensi che se tu fossi un’amica affetta da un male incurabile vorresti avere un amico come Maggiani che ti porta in giro per la città, nei posti panoramici, nei negozi e poi ti coccola così innocentemente da amico. Poi ti intenerisci a pensare a una persona come Maggiani che da piccolo è stato ricoverato al Gaslini, e te lo rappresenti adulto, ma sempre timido e schivo e indulgente e convalescente. Poi guardi le foto e capisci che nella vita ha fatto proprio di tutto, anche il fotografo, e infatti le foto sono sprecate dentro un libro, dovrebbero essere appese dentro una mostra fotografica ma mica a Roncopascolo, a San Pietroburgo, New York, Bilbao, Berlino, Las Vegas, Vienna eccetera eccetera. Pensa te, pensi, così schivo e riservato e fragile, che foto che ti tira fuori. Poi lo vedi dal vivo.

  • paolocolagrande // Ottobre 3, 2008 a 9:38 am | Replica

    Manca solo Viviana, all’appello. Per via del botto. Che quando scoppia bisogna che ci sia qualcuno.
    Poi, per chi fosse interessato, martedi 7 alle 21.30 leggiamo l’accalappiacani e altri pezzi al Baciccia di PC. C’è Nori, Cornia eccetera. Poi sabato 11 sarò a Rovigo alla fiera delle parole ore 12. Domenica 12 a Pisa al pisabookfestival ore 18.

  • sarah // Ottobre 3, 2008 a 10:06 am | Replica

    io ci sono per il botto, però aspetto, mi sono portata la sedia.

  • viviana // Ottobre 3, 2008 a 2:09 pm | Replica

    Eccomi.
    che bello, una festa in cortile, ognuno con la sua sedia portata da casa e si fanno anche i fuochi d’artificio?
    Carlotta, per te porto io una di quelle poltroncine da spiaggia che si usano in Corsica: tric e trac, si spacchettano, si aprono e c’è anche il poggiapiedi.
    Faccio una torta?

  • viviana // Ottobre 3, 2008 a 2:30 pm | Replica

    Amministratore,
    verrei così volentieri a Piacenza per sentirvi leggere l’Accalappiacani, ma sono di un trafelato in questi giorni che vorrei essere un albero, per stare ferma un po’, immobile. Succeda quel che deve succedere.
    Ma giuro che verrei. Se fosse a Roncopascolo, che è vicino a casa mia, verrei.

  • michela // Ottobre 3, 2008 a 8:24 pm | Replica

    Mi è venuta in mente una telefonata con una mia amica. Lei mi aveva chiesto se avevo letto un libro, io le avevo risposto che l’avevo letto volentieri ma che difficilmente l’avrei ripreso in mano. La pensavamo allo stesso modo. Da quel punto della telefonata abbiamo iniziato a elencare le cose che, secondo noi, rendono un libro qualcosa di più di un bel modo di passare il tempo. Se ci ripenso ora, cambiando poche parole poteva benissimo essere l’elenco delle cose ci hanno fatto prendere una cotta, ma una cotta tremenda, una di quelle che ti fanno far di quelle cose che neppure crederesti di poterle anche solo immaginare, quelle che poi a ripensarci ti vien anche fuori un sorriso. Ecco, saran passati cinque anni e a ripensarci mi vien ancora da sorridere. Ero in mensa con un amico, quel giorno eravamo solo noi due. Lui ha detto una frase che suonava più o meno così: é uscito un nuovo libro di X, sarà uguale agli altri. Son tutti uguali i suoi libri. Io mi sono trattenuta, farmi andare il boccone di traverso non mi sembrava un’idea furba ma dal momento che su certe cose non riesco a passarci sopra e che secondo me X ha del genio gli avevo chiesto: Dove sarebbero uguali? Non è venuto fuori nulla, ne aveva letto solo uno. Non mi sembrava vero di avere un’occasione così ben servita e mi sono lasciata scappare un: Meno male che tu scrivi e se ti capitasse un lettore che parla dei tuoi racconti anche di quelli che non ha letto? (stronzissima, lo so). Il giorno dopo gli ho portato tre libri e con un sorriso falsissimo gli ho detto: Ho fatto una selezione in base ai miei gusti e questo è sicuramente un errore ma se ti va leggi; poi andiamo prenderci un aperitivo e mi dici dove sono uguali questi libri. Due li ha poi letti. Quel mio amico è andato avanti mesi a prendermi in giro e quando mi incontrava mi diceva: Confessa, X è tuo cugino da parte di madre.

  • carlotta // Ottobre 4, 2008 a 7:43 pm | Replica

    Io Maggiani non l’ho mai letto perché me ne aveva parlato così bene anni fa una mia collega che però era una – pensavo- che se un libro piace a lei è impossibile che piaccia anche a me, così non posso dirne niente. Certo che la tentazione di parlare male dei libri che non si è letto è irresistibile, siam ben delle merde noi umani. Non so se vale, però io sono arrivata a metà della Montagna incantata, sapete, più o meno quando arriva Naphta, e l’ho lasciato lì e poi ho asfissiato tutti dicendo ma che schifo, che libro sopravvalutato, scatenando delle belle discussioni, che ce ne fossero oggi. Che vergogna.
    Il botto, sono qua anch’io che lo aspetto, con la connessione che va e viene e le varie Debore di Infostrada che non riescono a capire qual è il problema, magari vado a sentirlo dal computer di mio fratello e raduno un po’ di amici.
    Viviana, la seggiolina è un colpo basso: l’estate è lontanissima, in qualunque direzione io guardi, e la Corsica mi manca. A proposito, la nostalgia che fine ha fatto? Qua stiamo prendendo una velocità che non so se riesco a tenere il ritmo, come si capisce anche dal giro di frase sempre più frammentato.
    Sarò demente, ma Accalappiacani mi piace da matti, darei un occhio per sentire la presentazione

  • carlotta // Ottobre 4, 2008 a 8:05 pm | Replica

    “sarò demente”, mi sembra a rileggere, suona un po’offensivo, ma era solo per dire che io di solito sono pesantissima e certe cose magari non mi viene da leggerle. Era per dire che Accalappiacani ha aperto una breccia nella mia crosta di pesantezza.

  • paolocolagrande // Ottobre 5, 2008 a 8:05 am | Replica

    invece “Sarò demente ma l’accalappiacani mi piace da matti” è una frase bellissima: potrebbe essere uno spot per la rivista. E sono contento che abbia aperto una breccia (la pesantezza comunque non è mica un difetto). Vedrete, se non si riparla di nostalgia. Per il botto, non vorrei che diventaste troppo esigenti, comunque arriva. La torta va bene, per la festa in cortile. Roncopascolo è il nome di paese dove vorrei essere nato: nato a? Roncopascolo. Non vorrei aver creato pregiudizi su Maggiani; a parte l’innamoramento mancato, ho citato una frase che secondo me è un po’ la sintesi dei suoi romanzi dove la memoria, secondo me, frena appena prima di arrivare alla nostalgia. Ma non son così sicuro. Diciamo che a volte aver visto di persona gli autori e avergli parlato non va mica bene. A volte si, ma a volte no. Per Maggiani vale a volte no.

  • paolo // Ottobre 7, 2008 a 6:48 pm | Replica

    cioe’, famme capi’, ma questo qui sarebbi er sito del cola? del pAolo, insomma? famme capi’?

  • carlotta // Ottobre 8, 2008 a 6:29 am | Replica

    Non potete immaginare, capo e amici kunder-zavattiniani, cosa significa non avere la connessione, no, peggio di così, averla che va e viene e più spesso va. Cioè, sono io che non so spiegarlo, perché è in queste cose che serve essere degli scrittori veri, che dopo, se sei uno scrittore vero e lo sai raccontare, un sacco di gente perde la connessione insieme a te, telefona a infostrada insieme a te, patisce con te. E capisce. Ho passato gli ultimi giorni davanti a questa macchina in preda a quella che Gunther Anders chiama la vergogna prometeica, cioè la vergogna che ci prende quando ci rendiamo conto dell’incapacità della nostra anima di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione, dunque di muoverci anche noi con quella velocità di trasformazione che imprimiamo ai nostri prodotti, e di raggiungere i nostri congegni che sono scattati avanti nel futuro (chiamato “presente”) e ci sono sfuggiti di mano. Sono parole sue e le usa in un libro bellissimo del ’56 che si chiama L’uomo è antiquato. L’uomo che prova la vergogna prometeica si vergogna di non essere lui stesso un prodotto perché attribuisce alla cosa fatta un rango superiore nell’essere. Tutti, consapevoli o no, proviamo la vergogna prometeica, perché tutti ci rendiamo conto, di fronte alla macchina, di essere una materia prima di pessima qualità, anche quando la macchina sembra essere lei a non funzionare. In questo senso Bisi, con in mano il suo foglietto che legge –se non ricordo male- “Normale 20”, non è anacronistico, non è spaesato, è antiquato. Forse non ne è del tutto consapevole, ma si vergogna di fronte alla macchina perfetta che ha prodotto le analisi e le ha consegnate a un uomo in possesso di degli strumenti di interpretazione così poco aggiornati.
    Questo mi viene in mente anche per via del vecchio post di un lettore che infatti era un po’ indignato di fronte a questa inadeguatezza di Bisi.
    No, era per dire
    Buona giornata

  • carlotta // Ottobre 8, 2008 a 1:53 pm | Replica

    ” di degli strumenti”, che schifo, mi sono dimenticata di cancellare degli

  • paolo // Ottobre 8, 2008 a 5:39 pm | Replica

    poi, l’offerta estiva “adotta un autore” , due colagrande a 20 euro, ma non dovrebbe essere due colagrandi? Oppure due coligrande? O due coligrandi?

  • stefano // Ottobre 8, 2008 a 8:41 pm | Replica

    con orgoglio, benché provinciale genovese di radici appenniniche, nonché filosionista, li comprai tutt’e due a prezzo pieno. questo (anche) perché quando vedo uno che nel bar legge il mio giornale a scrocco, mi sale – come dice il capoblog – la pressione.

  • carlotta // Ottobre 10, 2008 a 4:51 pm | Replica

    Questo blog comincia a somigliare un po’ al Deserto dei tartari.
    Speriamo che il capo sia impegnato a scrivere un libro e non a fare cose tediose come dare il bianco o cercare di comprare dei buoni del tesoro
    c.

  • paolo // Ottobre 10, 2008 a 8:40 pm | Replica

    secondo me si sta bevendo una coca cola grande

  • carlotta // Ottobre 15, 2008 a 12:01 pm | Replica

    Naa…. Ha investito il ricavato delle vendite dei libri in Lehman Brothers, non c’è altra spiegazione.
    Apriamo una sottoscrizione?

  • paolocolagrande // Ottobre 15, 2008 a 1:51 pm | Replica

    Eccomi, scusate ma tutti ’sti cavi che non si combinano insieme, il rosso col rosso (ma non è lo stesso rosso e non c’è da fidarsi) eccetera eccetera. Insomma sto cercando di far scoppiare il botto ma di dev’essere un difetto di fabbrica: queste cose un pò economiche da montarsi da soli: cosa volete mai, quando si vuol risparmiare…. In somma il botto adesso arriva ma ci vorrebbe un elettricista. Conoscete un elettricista? di quegli omini di una volta che poi puliscono per terra e quando devi pagare un po’ si vergognano e ti fan pagare poco. Ecco cosa stavo facendo, e quando mi concentro su una cosa non riesco a seguirne un’altra. Poi son stato a Rovigo e a Pisa. Non so se mi spiego.

  • paolocolagrande // Ottobre 15, 2008 a 2:11 pm | Replica

    Comunque nel frattempo avete fatto delle belle corse. Carlotta ha tirato fuori una cosa che, se non fosse che adesso devo partire per Milano, starei attaccato qui fino a notte. Grazie Carlotta, sei grandissima e domani, se ancora non è scoppiato il botto (che allora si parla del botto medesimo), con la vergogna prometeica ci facciamo una cosa che non finisce più. Antiquato è una parola bellissima, non si sente più, in giro. Antiquato. Se dici antiquato sei antiquato. Un altro aggettivo per il blog  kunderzavattinepicureo con sguardo rivolto al cielo ed antiquato; mi pare di non aver dimenticato niente. Adesso vado a Milano.Sul plurale dei cognomi non saprei, caro Paolo, piano con … i neuroni.

  • barbara // Ottobre 15, 2008 a 7:40 pm | Replica

    si,si sei stato a Rovigo. Ti ho visto e ti ho anche presentato. E ti seguo. Te l’ho detto che sei in libertà provvisoria. Due anni, caro Paolo, rammenta.

  • carlotta // Ottobre 15, 2008 a 9:47 pm | Replica

    Una mia zia morta un po’ di anni fa diceva “è moderno”. Diceva : quest’anno sono moderni i colli a punta. Anche moderno è antiquato, quindi.
    Mi ha messo di buon umore pensare a come parlava quella zia lì.

  • paolo // Ottobre 16, 2008 a 8:25 am | Replica

    ma chi è davvero paolo colagrande?
    è forse il frutto della nostra immaginazione?
    è forse un ologramma postmoderno?
    è forse un capoblog antiquato?
    è forse una presenza virtuale?
    è forse un deus ex machina?
    è forse l’élan vital bergsoniano?

  • viviana // Ottobre 16, 2008 a 5:33 pm | Replica

    No, scusate, ma questa ve la devo dire che è simpatica e ha a che fare con l’antiquato, il modernariato e la nostalgia per certe parole.
    Fine mattinata, classe prima elementare, gioco delle parole che cominciano come… B
    Un bambino (di una certa genialità, devo dire) alza la mano e dice: BARGNOCLO’.
    volevo applaudire

    L’amministratore cosa ci starà combinando? Non ci monterà mica una web cam sul blog KZE e antiquato. Dovremmo interpretarlo come un segno inequivocabile di vergogna prometeica inaccettata. E non sarebbe un bel segno.
    ciao a tutti
    v

  • Joe // Ottobre 17, 2008 a 12:44 pm | Replica

    Devo purtroppo comunicarvi che paolo colagrande è stato vittima di un tragico agguato. Una persona di sesso femminile la cui identità anagrafica è ignota, ma che usa lo pseudonimo di Vampiretta, si è abusivamente introdotta nella sua automobile e ha aspettato che salisse per aggredirlo a morte. Le circostanze dell’uccisione sono ancora all’esame degli inquirenti: si sa solo con certezza che la sedicente Vampiretta ha già al suo attivo diversi delitti perpetrati con le stesse o analoghe modalità. Per ora è tutto quello che so. Vi terrò aggiornati.

  • paolocolagrande // Ottobre 19, 2008 a 12:27 pm | Replica

    Non è mica vero che son morto, pensa te cosa vanno a scrivere. Adesso vado a comprarlo, quel libro intitolato Vampiretta.
    La vergogna prometeica di Anders è un’idea geniale. Prima c’era solo il dolore prometeico, che aveva una specie di funzione didattica: attraverso il dolore Prometeo cambia il suo rapporto col mondo perchè conosce i suoi limiti e si rende conto che è inutile far lo spaccamontagne, anche se è un titano. Insomma attraverso il dolore prometeico si svela il concetto di arroganza. Tra natura e uomo c’è di mezzo il dolore, come una specie di spia, di barriera ragionevole, di controllo elettronico della velocità.
    Tra la macchine e l’uomo c’è di mezzo invece la vergogna: l’uomo fa fatica a sentirsi inferiore alla natura, la sfida e prova dolore; invece si sente inferiore alla macchina: e prova vergogna.
    Non voglio fare il filosofo della sagra ma c’è una frase che ho messo in epigrafe a Fideg e che fa: L’uomo è una potenza dinamica molto piccola. E’ scritta sul manuale dell’agronomo di Tassinari, già ministro dell’agricoltura del regno d’italia. Lo dice, il manuale, quando parla dei mezzi di traino (bue, asino, trattore ecc.). E’ una bella frase, secondo me: l’uomo ha riscoperto di essere una potenza dinamica molto piccola quando sono arrivate le macchine, verso le quali prova un senso di inferiorità che non prova di fronte alla natura. Io stesso sono un cattivo amministratore di blog per una forma latente di vergogna prometeica, oltre che per disorganizzazione.
    Non so se sia più dolororso il dolore o la vergogna, direi la vergogna ma non son sicuro. Prometeo oggi farebbe il barbone dentro qualche metropolitana.

    Comunque (ho saltato una riga apposta, che qui scende il livello culturale) ha ragione chi mi ha sgridato ieri (perchè non so se l’ho detto, ma ieri a Reggio sono stato sgridato) perchè sono un cattivo amministratore di blog. E a essere un cattivo amministratore ci va di mezzo l’utenza, non so se mi spiego. Scusate se vi ho chiamato utenza, ma era per dire.
    Giuro, morissi qui, che da domani il blog sarà amministrato meglio, insomma più diligentemente.
    Carlotta, il tuo pezzetto sui libri all’autogrill è bellissimo.

  • paolocolagrande // Ottobre 19, 2008 a 12:32 pm | Replica

    Complimenti all’alunno che ha trovato Bargnoclo (e complimenti a te Viviana che volevi applaudire: te l’ho già detto, mi piacerebbe che il mio bimbo fosse nella tua classe).
    Comunque sulla vergogna prometeica diciamo che è aperto il dibattito, qui in cortile, magari se qualcuno va a prendere anche le pizze.

  • paolocolagrande // Ottobre 19, 2008 a 12:33 pm | Replica

    Stefano, e il giornale?

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