non è proprio rudo, è un taglio fatto a Kammerspiel, ma quando lo leggo in giro insomma piace
“Son scelte difficili, anche dal punto di vista dei rapporti familiari: coi genitori che dicono agli amici e ai vicini di casa: ma’, il mio Bruno voleva fare a tutti costi questa scuola, io ce l’ho mandato, sai noi siam poco pratici ma lui sembra così portato, e poi il preside un po’ strano vestito da film western ma è tanto una persona simpatica e alla mano: pensa te che ha scritto l’iliade. Insomma, dice ad esempio la mamma dell’allievo Bruno, io e mio marito ci siam fidati, cosa dovevam fare, speriamo bene, che al giorno d’oggi se ne sentono di tutti i colori.
Poi magari un bel pomeriggio quieto mentre la mamma dell’allievo Bruno di scrittura creativa è in casa che tira fuori dalla lavatrice una macchinata di panni, con la televisione accesa su Incantesimi o Vivere o Centovetrine, suona la vicina: dì Gianna, le dice la vicina Antonia stando sul pianerottolo, io lo so che non son fatti miei, non so come dirtelo ma il tuo Bruno in queste mattine ti ha detto che andava a scuola? Sì che andava a scuola, dice tranquilla la Gianna, a scuola di scrittura creativa. Gianna, tu lo sai che io non vorrei mai darti dei dispiaceri, credimi, mi casca il cuore, ma io il tuo Bruno l’ho visto in giro per la città, coi miei occhi, altro che scuola. Il mio Bruno? dice la Gianna, ma in giro dove? Eh, in giro dove, avanti indietro per il mercato di porta palazzo lui e dei ragazzi che tra parentesi avevano delle facce che a me personalmente non mi piacevano neanche un po’, con tutti dei movimenti misteriosi e sospetti in mezzo ai banchi del mercato, curar la gente, guardargli i vestiti, le scarpe, ascoltare i discorsi e poi, dice la vicina Antonia abbassando un po’ la voce, dopo un po’ li han beccati a prender giù i cognomi dei citofoni dei condomini. Ma cosa mi dici Antonia? urla la Gianna. Eh Gianna, cosa ti dico, ti dico che a un certo momento son fin arrivati i carabinieri, un regò. E la Gianna porta una mano alla bocca, entra in casa e si siede, e ogni parola dell’Antonia è una pugnalata al cuore, e intanto che la povera Gianna è lì seduta pallida costernata sulla sedia con la porta di casa aperta arriva l’altra vicina di pianerottolo: però anche te Antonia, dice piano la vicina Giancarla alla vicina Antonia in via confidenziale, potevi mica dirglielo in un’altra maniera, insomma c’è modo e modo, lo sai la Gianna com’è fatta. Oh senti Giancarla, le risponde l’Antonia, io è già una settimana che vedo questo incosciente che va avanti indietro per porta palazzo con fare sospetto, mi son trattenuta fino adesso ma poi mi son detta: Antonia, a star zitti non si fa del bene a nessuno. E la Giancarla a commentare, ma guarda te i figli, tanta fatica metterli al mondo e tirarli su, poi queste son le soddisfazioni; ah cara mia, guarda, dice l’altra, il mio si è messo a fumare, pensa te, che suo nonno ha un polmone solo, c’ho un dispiacere, ma confronto alla Gianna quasi quasi son fortunata; eh si, dice l’altra, possiamo dirci fortunate. Intanto la Gianna continua a piangere.
E la sera durante la mesta cena l’allievo Bruno tutto dogmatico a spiegare agli incompetenti genitori che il mercato di porta palazzo è un primo segmento nel percorso della coscienza del proprio potenziale creativo ritmico gergale comunicativo e via discorrendo, con la mamma che ha gli occhi rossi dal gran piangere e il papà che esce e va al bar che a sentir certe cose gli viene addosso un dispiacere, con tutti i sacrifici che fa”.